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La vegetariana

Daria Deflorian

Teatro Astra

28 gennaio > 2 febbraio 2025

Mi piace lasciare uno spazio vuoto al centro delle mie storie.
La protagonista è sempre vista dagli altri (…) questo fatto la rende soggetta a continui malintesi, anche da parte del lettore. Tutti glisguardi in contrasto tra loro falliscono quando vogliono dirci la verità su qualcuno o qualcosa.
Han Kang, a proposito de La vegetariana

Casalinga diligente, moglie attenta, giovane senza passione, Yeong-hye decide di diventare vegetariana. Butta via tutta la carne dal congelatore e l’unica spiegazione che dà al marito Cheong è “Ho fatto un sogno”. Nessuno in famiglia capisce la scelta di Yeong-hye e i rapporti cominciano a incrinarsi. Sensuale, provocatorio e violento, il libro di Han Kang diventa uno spettacolo che racconta di una donna che vuole vivere in modo diverso, che desidera inseguire il fantasma della natura. Yeong-hye vuole essere natura. L’umanità è furiosa e assassina, lei no.

Se per fantasma intendiamo qualcosa, qualcuno, che improvvisamente sfugge alle forme, alla comprensione, si dissolve, cambia, allora nel romanzo di Han Kang, il fantasma è lei, è questa donna qualunque, normale, che improvvisamente, prima smette di mangiare carne e poi, via, via, rinuncia a tutto. Dice “questo non è più necessario”, “anche parlare non sarà più necessario”.

Daria Deflorian

La canzone della Playlist Fantasmi scelta da Daria Deflorian

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Il progetto è l’adattamento per il teatro del romanzo della scrittrice coreana Han Kang. La vegetariana è stato il libro che l’ha fatta conoscere nel 2016 nel nostro Paese e che le è valso il Man Booker International Prize nello stesso anno. La vicenda è quella di Yeong-hye che è, nelle parole di suo marito che aprono il primo capitolo, una donna “del tutto insignificante”. È una casalinga diligente, una moglie ragionevolmente attenta, una giovane non del tutto infelice, ma senza nessuna grande passione. Suo marito, il signor Cheong, è un impiegato mediocre, non molto ambizioso, leggermente disilluso dalla sua vita, ma non in modo drammatico. Il tempo scorre e i due continuano a vivere la loro vita ordinaria, ma la loro normalità è più fragile di quanto si rendano conto. Le cose cominciano a incrinarsi il giorno in cui Yeong-hye butta via tutta la carne dal congelatore e annuncia che d’ora in poi diventerà vegetariana.

L’unica spiegazione che dà al marito è: “Ho fatto un sogno”. Questa storia in tre atti dopo aver raccontato la decisione di Yeong-hye e la reazione della sua famiglia si concentra nella seconda sul cognato, un artista senza successo che diventa ossessionato dal suo corpo e infine la terza ci mostra In-hye, la sorella, manager di un negozio di cosmetici, che cerca di trovare il modo di affrontare le conseguenze dei vari disastri familiari in corso.

È un testo sensuale, provocatorio e violento, ricco di immagini potenti, colori sorprendenti e domande inquietanti. Mentre la protagonista cambia, anche la lingua del libro cambia, dalla irritazione sconcertata della narrazione in prima persona del marito nella prima parte alla prosa misurata del mondo della sorella, dalla narrativa densa e sanguinosa dei sogni di Yeong-hye alle descrizioni vivide di corpi dipinti con fiori che stanno sbocciando o sfiorendo nel capitolo dedicato al cognato. Frase dopo frase, La vegetariana è un’esperienza straordinaria.

Il gruppo di lavoro è, insieme all’oggetto di studio, fondamentale. Monica Piseddu è sempre stata da subito, lei, Yeong-hye, la vegetariana. La collaborazione con lei è di lunga data. È stata già coprotagonista in Quasi niente (2018) e in Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni (2013). La sua presenza in scena ha da sempre una evanescenza e una forza che non si contraddicono, anzi si alimentano a vicenda. Abbiamo condiviso fin da subito la passione per questo libro e sarà con lei, il suo corpo, la sua presenza che cominceremo il lavoro. Gabriele Portoghese, attore straordinario di parola, limpido e musicale, con una vena di distacco naturale in quello che dice che mi ha fatto subito pensare al marito. Ho scelto per me la sorella, una figura che mi ha irrimediabilmente commosso fin dalla prima lettura del libro per via di questioni semplici e complesse come: “Di colpo fu assalita dalla sensazione di non aver mai davvero vissuto in questo mondo. Era vero: non aveva mai vissuto. Anche da bambina, per quanto indietro si spingesse la sua memoria, non aveva fatto altro che subire. Aveva creduto nella sua bontà connaturata, nella sua umanità,ed era vissuta di conseguenza, senza mai fare del male a nessuno. Si era sempre impegnata, indefessamente, a fare le cose nel modo giusto; tutto il suo successo era dipeso da questo, e lei avrebbe continuato così per sempre”.

Paolo Musio sarà il cognato, figura fondamentale di questo Rashomon contemporaneo, dove ognuno racconta le cose dal proprio vissuto. Dentro la figura del cognato c’è la questione della complessa confusione tra arte e vita, l’esaltazione necessaria e fallimentare del mettere al centro del proprio valore “quello che si fa”. Fondamentali per l’adattamento del testo la collaborazione con la sceneggiatrice Francesca Marciano in un connubio, come è già successo nel passato, tra linguaggio teatrale e linguaggio cinematografico.

Tra gli altri collaboratori, due presenze che da tempo seguono il mio lavoro per quanto riguarda luci e suono. Giulia Pastore alle luci, luci che daranno vita allo spazio che sarà prima di tutto esattamente quello che è: un palcoscenico di fronte a degli spettatori. Uno dei miracoli di questo libro di fiction è che si pone esattamente sul precipizio tra una storia tristemente “vera” e il racconto fantastico. Nessuna ambientazione realistica può aiutare la potenza di questo precipizio, quindi saranno principalmente le luci e i suoni ad evocare per alcuni momenti (lunghi o brevi, non importa) le ambientazioni. I suoni, in questo ballo percettivo, sono quelli di Emanuele Pontecorvo, che renderanno le presenze umane sia nel qui e ora del loro “mostrarsi in pubblico” sia nella lontananza dei fatti, delle supposizioni, degli incubi, della indefinitezza del pensiero. A inventare lo spazio dentro al quale questo universo si muove Daniele Spanò, non un vero e proprio scenografo, ma un artista visivo e multimediale con cui inauguriamo felicemente una nuova collaborazione. Infine, per i costumi continua la collaborazione con Metella Raboni, anche lei attiva da anni tra il cinema e il teatro.
Daria Deflorian

Galleria fotografica


Orari


  • Mar 28 Gennaio
    21:00
  • Mer 29 Gennaio
    19:00
  • Gio 30 Gennaio
    20:00
  • Ven 31 Gennaio
    21:00
  • Sab 01 Febbraio
    19:00
  • Dom 02 Febbraio
    17:00

Crediti


  • scene dal romanzo di

    Han Kang
  • adattamento del testo

    Daria Deflorian, Francesca Marciano
  • una co-creazione con

    Daria Deflorian, Paolo Musio, Monica Piseddu, Gabriele Portoghese
  • scene

    Daniele Spanò
  • luci

    Giulia Pastore
  • suono

    Emanuele Pontecorvo
  • costumi

    Metella Raboni
  • collaborazione al progetto

    Attilio Scarpellini
  • regia

    Daria Deflorian
  • produzione, organizzazione, amministrazione

    Valentina Bertolino, Silvia Parlani, Grazia Sgueglia
  • comunicazione

    Francesco Di Stefano
  • produzione

    INDEX, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello, Romaeuropa Festival, TPE – Teatro Piemonte Europa, Triennale Milano Teatro in coproduzione con Odéon–Théâtre de l’Europe, Festival d’Automne à Paris, Théâtre Garonne, scène européenne – Toulouse
  • con il supporto di

    MiC – Ministero della Cultura
  • copyright © Han Kang 2007 copyright © Adelphi 2016

  • fotografie

    Andrea Pizzalis