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Mine-Haha è un diario di memorie fittizie che ripercorre la vita di Helene Engel dalla sua primissima infanzia all’adolescenza. A partire dall’omonimo romanzo di Wedekind, lo spettacolo si sviluppa attorno alla formazione di un corpo femminile, mettendo l’accento sulla relazione tra sguardo, corpo ed educazione. In una dimensione espositiva, il corpo di chi è in scena diventa il terreno per indagare i rapporti di potere che corrono tra chi guarda e chi viene guardato, attraverso la messa a tema del ruolo dello spettatore.

ESTRATTI DI RASSEGNA STAMPA

“Un racconto che crea contemporaneamente coinvolgimento e distanziamento, empatia e consapevolezza, in una sovrapposizione fluida dei diversi elementi della drammaturgia del corpo, della parola, della luce e del suono che spalancano una simultaneità di livelli percettivi, così come complessità inattese…” Gianna Valenti, PAC

“Un reciproco gioco di ruolo che precipita tutti in una sorta di incantamento collettivo.” Roberto Canavesi, Sipario

“Lo spettacolo ha qualcosa di prezioso da dirci: uscire dalla struttura simbolica dell’educazione ci porta nel vuoto del desiderio, in una società che pensa il piacere sempre rivolto all’altro, dove vivere diventa un servizio e non siamo noi a godere di noi stessi.” Luca Atzori, The Clerks

NOTE DI REGIA

(di Marco Corsucci e Matilde Bernardi)

“Le fanciulle del parco non appartengono a una famiglia, men che mai a se stesse. Come i bambini ‘esposti’ della mitologia, sono promesse a una missione: non però eroica, di esseri unici. Al contrario, la loro educazione le affinerà alla permutazione senza fine, all’intercambiabile, cioè all’equivalenza – alla grande pratica occidentale della sostituzione, del distacco, dell’arbitrio. Diventeranno esseri algebrici ed erotici”. (“Déesses Entretenues”, Roberto Calasso)

In un grande parco, disseminato di case basse coperte di rampicanti, centinaia di fanciulle vengono educate a sentire il proprio corpo, a farne uno strumento di assoluta, armoniosa eccellenza. Il mondo esterno non ha alcun contatto diretto con questo parco, ma lo finanzia, in attesa di accogliere le fanciulle che vi sono ospitate.

Il romanzo viene presentato dal suo autore come un manoscritto, dal titolo Mine-Haha, che gli è stato consegnato da una sua vicina di stanza, l’ottantaquattrenne insegnante in pensione Helene Engel, la quale circa tre settimane prima si è suicidata gettandosi dalla finestra. Mine-Haha, ovvero dell’educazione fisica delle fanciulle è un diario di memorie fittizie di Helene Engel, Hidalla nel parco, e ripercorre la vita della donna dalla sua primissima infanzia fino all’adolescenza.

All’interno del grande parco vi è un edificio, quello del teatro (unico punto di contatto tra dentro e fuori), dove ogni sera viene allestito uno spettacolo di repertorio in cui ciascuna ragazza è chiamata a fare ciò che ha imparato durante i suoi anni di formazione. Durante la messa in scena, tutte le ragazze condividono la medesima condizione di poter essere guardate ma di non poter vedere a loro volta chi le sta guardando: il pubblico, trovandosi dietro a delle grate, può vedere ma non può essere visto.

Nonostante avvenga qui il loro primo incontro con uno sguardo maschile, la presenza invisibile di quelli che scopriamo essere i finanziatori del parco permea l’intera educazione delle fanciulle. Le memorie di Hidalla si interrompono al momento della sua uscita dal parco. In una parata, di fronte agli occhi di una città pronta a guardare dai balconi delle proprie case l’evento, ciascuna fanciulla entra nel mondo accompagnata da un uomo.

Dal rapporto che le fanciulle hanno con il guardare, con il guardarsi e con l’essere guardate durante tutta la loro educazione, fino alla rappresentazione che avviene nel teatro, ad essere centrale nel testo è lo sguardo. A partire dall’omonimo romanzo di Wedekind, il progetto vuole problematizzare l’atto del guardare, mettendo in evidenza la relazione che questo ha con il potere e con il maschile. Il lavoro indaga il modo in cui l’educazione di un corpo femminile possa essere determinata da uno sguardo maschile.

La scrittura si origina a partire dalla ricerca della performer (Matilde), la quale, lavorando sulla sua biografia, ha individuato tutti quei momenti in cui per lei il rapporto tra sguardo e il proprio corpo ha determinato passaggi chiave nella formazione della sua identità. L’indagine dentro l’identità-Hidalla è quindi un’indagine dentro l’identità-Matilde, e viceversa. Lo spettacolo cerca di mettere a sistema il ruolo dello spettatore per raccontare come la storia di un corpo abbia a che fare con tutti coloro che lo hanno guardato.

“Gli uomini, prima di rivolgersi alle donne, le osservano. Gli uomini guardano le donne. Le donne osservano se stesse essere guardate”. (“Questione di sguardi”, John Berger)

CREDITI

  • dal romanzo di
    Frank Wedekind
  • un progetto di
    Marco Corsucci e Matilde Bernardi
  • ideazione e regia
    Marco Corsucci
  • con
    Matilde Bernardi
  • spazio e luci
    Flavio Pezzotti
  • suono
    Federico Mezzana
  • produzione
    TPE – Teatro Piemonte Europa
  • Selezione Hystrio Festival 2026

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